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Villa Loredan Valier Perocco di Meduna

Carbonera (TV) · Veneto
Villa Loredan Valier Perocco di Meduna
Foto: Guidotrev · CC0 (pubblico dominio) · Wikimedia Commons

In breve

Villa Loredan Valier Perocco di Meduna, conosciuta anche come Villa Loredan a Carbonera o Villa Loredan Valier Perocco, è una villa aristocratica di fine Seicento e primo Settecento situata a Vascon, frazione di Carbonera, nella regione italiana del Veneto. Inserita discretamente in un quadrante intatto della campagna trevigiana ancora cintato dal muro originale, la villa si distingue per l'impianto simmetrico a tre corpi (un cubico edificio dominicale centrale affiancato da due barchesse porticate più basse) e per lo spettacolare salone affrescato a doppia altezza al piano nobile,…

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Storia e descrizione

Villa Loredan Valier Perocco di Meduna, conosciuta anche come Villa Loredan a Carbonera o Villa Loredan Valier Perocco, è una villa aristocratica di fine Seicento e primo Settecento situata a Vascon, frazione di Carbonera, nella regione italiana del Veneto. Inserita discretamente in un quadrante intatto della campagna trevigiana ancora cintato dal muro originale, la villa si distingue per l'impianto simmetrico a tre corpi (un cubico edificio dominicale centrale affiancato da due barchesse porticate più basse) e per lo spettacolare salone affrescato a doppia altezza al piano nobile, riconosciuto oggi come uno dei più notevoli esempi di decorazione illusionistica barocca nel Veneto.

Ubicazione e territorio

La villa sorge solitaria all'interno di un piccolo intatto quadrante di lussureggiante campagna trevigiana, posta discosta di qualche centinaio di metri in direzione est dall'antico percorso viario che, da Treviso–Sant'Artemio e passando per Lancenigo, raggiunge nella vicina Maserada la grande strada Postumia romana in vicinanza di antichissimi guadi sul Piave. Il sito si connette strettamente anche al percorso sud–nord della grande strada Claudia Augusta Altinate, da Altino ai valichi prealpini bellunesi, nonché alla variante della Ungaresca, che da Treviso–Lancenigo–Vascon punta a settentrione verso Lovadina.

La Carta Archeologica del Veneto indica che un sedime stradale della centuriazione romana di Tarvisium attraversa il grande quadrangolo cintato del brolo di Villa Loredan, perpendicolarmente al suo asse inclinato sud-ovest/nord-est, pochi metri a nord del palazzo dominicale, in perfetto accordo con l'orientamento della centuriazione che la villa stessa conserva. Presso la villa è citato anche il rinvenimento di una "tomba ad anfora segata" di età romana, e nelle adiacenze è ancora visibile un tratto della Via Claudia Augusta. Il territorio di Vascon alterna vasti tratti ghiaiosi di antiche conoidi alluvionali del Piave a fasce di terreno argilloso: proprio nei punti di tangenza di tali diversi strati si originano varie risorgive, una delle quali, polla originaria del Mignagola, è compresa nello stesso quadrangolo cintato del brolo di Villa Loredan.

Prima della villa: la famiglia Trevisan (XV–XVII secolo)

La storiografia afferma cospicue proprietà terriere e immobiliari presso Vascon tenute, quanto meno dalla metà del Quattrocento, dalla famiglia patrizia dogale veneziana dei Trevisan, ossia dal suo importante ramo detto "di Santa Maria Formosa", nel quadro del più ampio investimento veneziano nella terraferma seguito al definitivo stabilirsi del dominio veneziano nella Marca Trevigiana dal 1389 e nel Padovano dal 1405. Nel secolo XVI un unitario compendio patrimoniale a Vascon era posseduto da Francesco Trevisan q. Zuanne (n. c. 1510), che nel 1535 sposò Elisabetta Zen, avendone tre figli maschi: Zuanne (1538–1606), Marco (1541–1616) e Ludovico (Alvise, 1548–1592). Da questi discesero le due linee parallele di trasmissione patrimoniale.

Attraverso il ramo del primogenito, Daniele Trevisan (n. 1582), nipote di Zuanne e sposatosi nel 1624 con Elisabetta Giustinian, ebbe per unica figlia ed erede Marietta. Coniugandosi nel 1644 con Zuanne Loredan (1610–1699) q. Domenico, del ramo successivamente detto "di San Vio", Marietta portò in dote anche i beni di Vascon. Questa è la documentata "radice Trevisan" del patrimonio in Vascon divenuto pertinente al ramo Loredan legato alla storia e al nome della villa sei-settecentesca.

Attraverso il ramo del secondogenito Marco, la nipote Bianca (m. 1677), erede di Francesco Trevisan q. Marco (1578–1647) e di Elisabetta Valier, sposatasi nel 1647 con Scipione Boldù, portò in dote la seconda quotaparte dei beni Trevisan di Vascon alla famiglia patrizia del marito. I due passaggi avvennero quasi simultaneamente alla metà degli anni Quaranta del Seicento, e sono registrati indirettamente per la prima volta dal vescovo Gian Antonio Lupi nella relazione della visita pastorale alla parrocchia di Vascon del 6 giugno 1648, quando i nuovi nomi patrizi dei Loredan e dei Boldù appaiono per la prima volta citati.

Poiché sull'unitario compendio Trevisan si erano sedimentati intricatissimi diritti e pendenze di varia natura (dotali, usufruttuari, livelli ecc.), nel giugno 1679 dovette intervenire uno specifico atto della veneziana magistratura dei Procurator-Giudici, richiesto e copartecipato da tutti i soggetti aventi titolo, per ratificare globalmente il godimento effettivo dei diritti proprietari. Solo dopo tale data, ormai sessantanovenne, Zuanne Loredan fu libero di godere e disporre senza vincoli dei beni ricevuti dalla moglie Marietta, e quindi libero di intraprendere sostanziali modifiche edilizie alla residenza dominicale.

La villa nel Seicento: primo impianto sotto Zuanne Loredan

Il primo documento che attesti implicitamente la presenza dei Loredan a Vascon è la loro citazione, accanto ai Boldù, quali contributori morosi alla luminaria (colletta per le necessità materiali della chiesa) negli atti della visita pastorale del 1648; il dato è indizio del loro avvenuto radicamento, benché recente, nella comunità del villaggio in qualità di possidenti e, assai verosimilmente, anche di residenti stagionali "in villa", utilizzando la preesistente struttura architettonica già della famiglia di Marietta. Un labile ma significativo indizio di antica origine e nobiltà dell'insediamento è dato dalla bella vera da pozzo di tipo gotico veneziano ancora piuttosto arcaico e non "fiorito", databile quanto meno alla seconda metà del Trecento, presente sul retro dell'edificio dominicale e recante su un lato un grande scudo con l'arma familiare abrasa.

Una somma di svariati indizi architettonico-proporzionali concorre a confermare che l'attuale grande edificio principale fu costruito, più precisamente ri-costruito, da Zuanne Loredan nella seconda metà del Seicento, e più probabilmente nei lavori successivi all'atto giuridico del 1679, sulle fondamenta e in parte sulle murature di un più antico edificio cinquecentesco dei Trevisan. La scelta di rispettare l'orientamento della struttura precedente è significativa: il palazzo pone il proprio asse, con facciata rivolta a sud-ovest, in perfetta concordanza col tessuto viario a maglia ortogonale regolare della centuriazione romana di Tarvisium, dentro lo stesso grande recinto quadrangolare murato (in verità leggermente trapezoidale).

L'attuale corpo edilizio principale è un grande volume parallelepipedo che comprende il piano terreno (rialzato sul piano di campagna di alcuni gradini, ma solo sul fronte anteriore sud-ovest), il primo piano nobile e il secondo piano sottotetto ribassato, ed è coperto con tetto a padiglione a quattro falde. L'impianto tipologico segue il tipicissimo modello veneto tripartito su pianta quadrilatera, divisa longitudinalmente in tre lotti di identica larghezza: il lotto centrale corrisponde al grande salone-portego passante dalla facciata anteriore a quella posteriore, le stanze sono nei lotti laterali (due per lato) e la scala a due rampe parallele è posta trasversalmente tra le stanze del lotto ad ovest. Una mappa schematica del 1713 registra questa situazione tardo-seicentesca, mostrando il grande rettangolo del brolo-giardino cintato, all'interno il cubico palazzo dominicale, un corpo edilizio minore di servizio congiunto al retro (verosimile predecessore dell'attuale barchessa sinistra) e a sud-est la piccola "casetta del giardiniere" tuttora presente.

Antonio Loredan e il cursus honorum pubblico

La radicale trasformazione del primo Settecento fu motivata dallo scatto sociale, istituzionale ed economico prodotto in seno alla famiglia dei Loredan di San Vio (in realtà un ramo collaterale finora meno prestigioso a Venezia rispetto al rango dogale di altre linee Loredan) dall'eccezionale cursus honorum pubblico di Antonio Loredan (1666–1748), terzogenito di Zuanne e Marietta. Tra gli incarichi ricoperti nel servizio della Serenissima:

1698–1700: Provveditore Straordinario in Armata

1698–1708: Provveditore Generale in Morea

1703–1710: Provveditore Straordinario a Peschiera

1711–1714: Provveditore Generale in Morea

1716: Podestà a Brescia

1716–1719: Provveditore Generale e Inquisitore alle Isole del Levante

1718: Provveditore Generale in Armata

1723–1725: Inquisitore in Terraferma

1733–1736: Provveditore Straordinario in Terraferma "al dilà del Mincio"

1739–1744: Provveditore Generale da Mar

1746: Capitano Generale da Mar (a 82 anni)

Su tutti gli incarichi spiccò il ruolo di Provveditore Generale e Inquisitore alle Isole del Levante, sostenuto giusto quando l'impero ottomano mosse all'assedio dell'isola veneziana di Corfù (luglio-agosto 1716). Assieme al maresciallo Schulenburg e al capitano generale da mar Andrea Pisani, Loredan ebbe un ruolo determinante per la resistenza e il vittorioso successo sugli assedianti turchi. Tale benemerenza gli valse la nomina a Cavaliere di San Marco da parte del Senato veneto il 12 settembre 1716. Pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, presso l'Ospedale della Pietà fu eseguito l'oratorio sacro-militare Juditha Triumphans, allegoricamente celebrativo della vittoria veneziana sui Turchi, composto da Antonio Vivaldi su probabile committenza dello stesso Loredan, grande e appassionato cultore di musica.

La trasformazione del 1717–1720

Probabilmente dal 1717, giusto all'indomani degli insperati clamorosi successi militari contro i Turchi nello Ionio e del conseguito cavalierato di San Marco, Antonio Loredan intraprese, in "fraterna" con il fratello maggiore Alvise (n. 1663), con il quale verosimilmente condivideva la proprietà ricevuta dal padre, una radicale ristrutturazione della villa di Vascon. Nello stesso 1718 i due fratelli acquistarono congiuntamente da Antonio Molin il palazzo veneziano a San Vio (oggi Palazzo Cini) per undicimila ducati, impegnandosi anche in esso in modifiche e arricchimenti. La parte agricola fu del tutto espulsa dalla villa, decentrata per la gestione mezzadrile e ad affitto nei molteplici fondi della proprietà, e la villa fu riconfigurata come residenza di qualificato svago e villeggiatura, allusiva ai modelli settecenteschi più prestigiosi (Riviera del Brenta, Terraglio, ville lombarde dei Navigli e della Brianza, ville genovesi). Non si dispone al momento di documenti sull'architetto incaricato; alcuni indizi stilistici suggeriscono la possibile mano di Andrea Tirali (1657–1737).

Riconfigurazione architettonica

L'originario complesso tardo-seicentesco, asimmetricamente composto dal quadrangolare corpo padronale con sulla sinistra congiunta un'ala di servizio, fu riorganizzato secondo un impianto rigorosamente simmetrico, almeno nella configurazione frontale. All'emergente corpo padronale mediano furono affiancate ai lati, allineate sulla medesima linea di facciata, due barchesse porticate alquanto più basse: quella di sinistra ottenuta verosimilmente rielaborando l'edificio di servizio preesistente, quella di destra eretta ex novo. La loro architettura frontale, sobria ma elegantemente vigorosa, è formata da una successione di cinque ariose arcate ciascuna, con superficie integralmente bugnata; i tetti sono a grande padiglione. La congiunzione tra barchesse e corpo mediano è data dall'intersezione di due piccoli corpi, più arretrati rispetto al perfetto allineamento dei fronti, che definiscono due piccole "corti" rettangolari ove sfociano lateralmente i porticati delle barchesse. Tali piccoli corpi ospitano internamente due ampie sale a volta (oggi conservata e recuperata quella di destra), passaggi e coni prospettici tra giardino anteriore e giardino-brolo posteriore.

Il salone-auditorium al primo piano e la loggia aperta

Il "tocco di genio" della riqualificazione fu riservato al salone (portego) mediano del primo piano. Eliminando il secondo solaio, allo spazio del salone fu aggiunto in altezza quello del soprastante secondo piano, realizzando un altissimo soffitto a padiglione centinato poco sotto le travi del tetto. Alle testate verso le facciate posteriore e anteriore, al livello del superiore piano secondo sottotetto, furono poste due balconate con eleganti parapetti in ferro battuto: alla funzione di disobbligo e collegamento delle stanze laterali del piano secondo (che ricevettero una notevole decorazione a stucchi veneziani) univano quella di "orchestre", postazioni per musicisti. La ristrutturazione del salone si giustifica anche nella specifica funzione complementare di eletto auditorium di accorta configurazione acustica, voluto da un grande cultore e mecenate musicale quale fu Antonio Loredan.

L'invenzione più sorprendente fu la soluzione data verso la facciata principale alla testata del salone. Se in origine vi doveva essere una trifora con balcone balaustrato secondo l'atavica tradizione veneta, la clamorosa scelta fu invece di "aprire" totalmente la parete di facciata, sotto la balconata-orchestra, in forma di loggia tetrastila, con due grandi colonne ioniche centrali e paraste angolari in muratura e marmorino. All'esterno un classicissimo frontone triangolare, molto "palladiano" e di sapore neoclassico ante-litteram, viene a concludere canonicamente la composizione tetrastila: un vero pronao che fornisce il necessario forte "centro" all'intera composizione architettonica d'insieme e istituisce una eccezionale connessione interno-esterno tra giardino e salone elevato. L'integrale apertura originaria è tuttora verificabile: la parziale tamponatura muraria dei tre spazi, forati da più strette finestre centinate con serramenti, realizzata nel secolo XIX verosimilmente con la proprietà Valier, lascia in vista tutto il giro esterno e interno delle colonne giganti con le loro basi e capitelli. Si può ipotizzare che la loggia colonnata fosse tenuta totalmente aperta "a giorno" almeno nella bella stagione, quando la villa era abitata dai proprietari.

Ipotesi dello scalone esterno

Una tradizione orale riferisce vagamente di uno scalone esterno che dal giardino saliva al salone. Un tale scenografico elemento connettivo sarebbe architettonicamente molto congruente: si può ipotizzare plausibilmente una scala a doppia rampa "a tenaglia", spettacolarmente "barocca", accostata alla parte mediana della facciata per raggiungere dal piano anteriore del giardino la loggia e il salone, lasciando però libero al piano inferiore l'arco centinato centrale e le aperture architravate laterali, necessari accessi e luci per il salone-portego inferiore. La presenza in villa di sei prestigiose statue allegoriche in pietra d'Istria (vedi oltre), uscite dalla bottega di Alvise Tagliapietra, induce a un'ulteriore affascinante ipotesi: forse in origine esse erano poste a seguire le due rampe della scala, dal piano del giardino a quello della loggia, entrando organicamente nel programma allegorico e celebrativo culminante con l'esaltazione delle antiche virtù romane negli affreschi del salone.

Il complesso

Il monumentale corpo centrale è affiancato orizzontalmente da due barchesse porticate, originariamente destinate alla servitù, disposte in posizione interamente simmetrica. Al centro, la facciata presenta quattro semicolonne ioniche e un timpano triangolare: questo motivo neo-palladiano è un'aggiunta del primo Settecento (c. 1717–1720), così come i corpi di raccordo tra il blocco principale e le due barchesse. L'insieme, dall'andamento prevalentemente orizzontale, si inserisce con armonia nella pianeggiante campagna della Marca Trevigiana.

Decorazione interna

Alcuni ambienti conservano la decorazione ad affresco risalente alla campagna del 1717–1720; altri celano molto probabilmente ulteriori affreschi sotto a imbiancature ottocentesche a calce, stese all'epoca in pressoché tutti gli ambienti risparmiando solo il salone superiore. Il portego a piano terra e la sala terrena del corpo minore di destra sono entrambi stati recentemente rimessi in luce, recuperati sotto a molteplici strati di imbiancatura e di posteriore intonaco (volta della sala terrena di destra c. 2020; pareti c. 2025; affreschi del portego a piano terra riportati alla luce negli anni 2010). Si ha inoltre memoria che, nell'ultimo dopoguerra, nei vari passaggi proprietari precedenti il 1951, dalla villa furono abusivamente staccati "medaglioni in affresco asportati", certo destinati al mercato antiquario.

Salone (portego) a piano terra

Una cornice illusionistica dipinta a metope e triglifi corre sull'intero perimetro nella parte alta delle pareti, sotto la linea delle travi; cornici, fregi e frontoncini arcuati dipinti sono sopra le quattro porte. Finte colonne doriche e modiglioni in prospettiva inquadrano le aperture sulle due pareti di facciata. Sulla lunga parete a ovest il portale che introduce alla scala è inquadrato da paraste in muratura e marmorino con architrave ornato a stucco, conformato e allineato al fregio perimetrale sommitale. Sulla opposta parete a est la medesima struttura è resa in pittura a fresco, con inquadrata una finta statua classica di eroe dipinta a chiaroscuro (forse Enea). Gli spazi di parete tra tali centri architettonici e le porte laterali contengono riquadrature con fregi angolari e forse ospitavano in origine quattro pannelli decorativi dipinti su tela o in diverso supporto (cuoi d'oro di Cordova).

Sala a piano terra verso la barchessa destra

Grande sala rettangolare a volta centinata che occupa integralmente l'edificio minore di raccordo tra il corpo centrale e la barchessa destra, mettendo in comunicazione attraverso portali sulle testate il giardino anteriore con il giardino-brolo posteriore. Sulla volta sono dipinte partizioni geometriche attorno a un finto cupolino prospettico ottagonale, con lievi decori a "grottesche tipo Berain"; lungo il perimetro, alla base della volta, con centri di simmetria mediani a ognuna delle quattro pareti, corrono trofei con armi, bandiere, lance, scudi, monogrammi e stemmi Loredan. Sulle due pareti laterali maggiori, grandi e ariose riquadrature architettoniche a triplice arco inquadrano fantasiose vedute urbane prospettiche, con monumentali architetture classiche. Le estese lacune e i danni di picchettatura sono stati efficacemente risarciti "a neutro" o a sottotono cromatico, integrando in analogia solo parte delle riquadrature geometriche.

Salone al piano primo

All'interno, al piano superiore, il grande salone a doppia altezza con balconate alle testate è interamente affrescato. La decorazione fu pubblicata per la prima volta nel 1967 da Francesca d'Arcais, che ne attribuì la parte figurativa a Niccolò Bambini con datazione verso il 1710, sul solo fondamento dell'analisi stilistico-critica. L'attribuzione a Girolamo Brusaferro (1677–1745) fu proposta da Bernard Aikema nel 1986, e confermata da Pietropolli (1991 e 2002) con il decisivo supporto di ritrovati disegni di studio di Brusaferro indubbiamente relazionati al ciclo di Vascon. La datazione attualmente concordata è c. 1717–1720, con la parte figurale di Brusaferro e l'elaborata quadratura dovuta a ignoti pittori quadraturisti probabilmente emiliani. Gli affreschi contengono straordinarie raffigurazioni di episodi della storia romana antica e l'insieme è certamente uno dei maggiori esempi di decorazione pittorica barocca nel Veneto, commissionato dai fratelli Antonio e Alvise Loredan.

Camera a nord-ovest, piano primo

Al centro dell'alto soffitto a volta centinata vi è un riquadro incassato di forma quadrilobata raffigurante Bacco e Venere, anch'esso opera certa di Brusaferro. Una uniforme tinteggiatura bianca a calce copre oggi integralmente pareti e volta senza alcuna cornice attorno al cassettone figurato: è pressoché certo che tale tinteggiatura nasconda riquadrature e ornati barocchi continui e, forse, anche altre parti figurative, nei medesimi stile e gusto del contiguo salone.

L'oratorio della Madonna di Loreto (1719)

Molto remarcabile è l'originale architettura dell'oratorio a uso pubblico e privato, staccato dalla villa e affacciato sulla strada antistante, consacrato il 24 ottobre 1719 dal vescovo di Treviso Fortunato Morosini (in carica 1710–1723). La costruzione dell'oratorio probabilmente venne a segnare la conclusione della generale ristrutturazione del complesso. Come tipico nelle ville venete, l'oratorio aveva doppio uso: pubblico, con accesso diretto dalla strada esterna, e privato della famiglia proprietaria, con accesso dal giardino.

La scelta di dedicarlo alla Madonna di Loreto si lega nuovamente ai successi di Antonio Loredan e della Serenissima contro l'impero turco a Corfù, poiché rimanda al solenne voto pubblico fatto dalla Repubblica al santuario della Vergine lauretana in quella grave circostanza. Il piccolo edificio, tutto bianco come la villa, ha pianta alquanto originale. Verso la strada avanza un piccolo pronao adornato all'esterno di paraste e di due colonne di pregiato marmo grigio, a sostegno di un timpano classico triangolare con sottoposto portale centinato (bella, di assai fine scultura, la testa di cherubino scolpita in chiave). Dal portale, chiuso da belle ante in griglia di ferro di disegno barocco, si accede a un vano a pianta circolare con paraste corinzie a parete a sorreggere un cornicione perimetrale, su cui si imposta la cupola molto ribassata; al di là, dopo la stretta di due colonne corinzie in muratura e marmorino, il presbiterio si amplia ancor più in una originalissima struttura tricora a triplice abside. Tale gioco interno di spazi si riflette all'esterno nella modulazione a variate convessità delle pareti e dei volumi, facendo dell'oratorio di Vascon uno dei più caratteristici esempi sperimentali e fantasiosi di architettura "in formato ridotto" tipica nel Veneto di quegli anni.

Un campaniletto esterno a vela con volute in pietra sorge sul bordo dell'abside mediana. Il nucleo cilindrico centrale cupolato ha tetto con tre gradoni coperti da coppi radiali, con al vertice un plinto cilindrico in muratura con statuetta in pietra di angioletto: tale plinto è da ritenersi aggiunta del secolo XIX (elemento "pesante", negativo per la statica), che ha sostituito una piccola lanterna a vetri con cupolino destinata a dare luce all'oratorio tramite l'oculo corniciato circolare ancora presente al centro della bassa cupola (ora chiuso da una posticcia pannellatura con stella rilevata).

All'interno è notevole il piccolo altare isolato nel presbiterio, con bellissimo paliotto marmoreo scolpito a vigorose volute, con festoni di fiori e frutta su commessi di marmi variegati, certo lavoro della bottega del Tagliapietra: pur nelle ridotte proporzioni è assai simile a quello della chiesa parrocchiale di Vascon, molto favorita dai Loredan (anche per l'affresco nel presbiterio dipinto nel 1722 dal giovane Giambattista Tiepolo). Sull'altare, ai lati del tabernacolo, sono poste due notevoli statue marmoree di Sant'Antonio e San Ludovico di Tolosa (Alvise, in veneziano), santi patroni omonimi dei padroni di casa Antonio e Alvise Loredan, anch'esse dovute per tutta evidenza ad Alvise Tagliapietra. Oggetto di furto vari anni fa un apparato barocco più ricco; una modesta e ingenua "casetta" lignea posta sopra il tabernacolo è oggi il solo riferimento alla dedicazione alla Vergine di Loreto e della Santa Casa.

Le statue di Alvise Tagliapietra

Nell'ambito della villa sono presenti sei statue in candida pietra d'Istria di altezza poco più che a figura naturale, fino a qualche anno fa collocate sopra i pilastri in muratura della recinzione anteriore verso strada, attualmente disposte ad esedra nel prato posteriore della villa. Quattro rappresentano con iconografia canonica le Virtù cardinali (Fortezza, Giustizia, Prudenza e Temperanza); le altre due sono tentativamente identificate come Valor militare (o Coraggio) e Buon comando vittorioso.

Dopo la recente pulitura della spessa patina biologica superficiale che ne impediva totalmente l'apprezzamento, ne è stata possibile la sicura attribuzione al notevole scultore veneziano Alvise Tagliapietra (1670–1747), ovvero alla sua rinomata bottega, produttiva non solo per l'ambito veneziano ma anche internazionale (specie San Pietroburgo, dove Tagliapietra produsse la Giustizia per lo scalone dell'Ermitage). L'attribuzione si fonda sul trasparente confronto con altre opere certe dell'artista, specie nella medesima tipologia "da giardino", ed è avvalorata dall'impiego della pregiata pietra d'Istria, non della "pietra tenera" di Vicenza assai più usuale ed economica per le sculture decorative da giardino: una scelta consistente con la precisa destinazione celebrativa e moralmente eloquente, riferita certamente al padrone di casa e committente Antonio Loredan. La collocazione sui pilastri di recinzione, avvenuta nella seconda metà del secolo XIX ad opera dei Valier, non valorizzava in nulla le oggettive notevoli qualità stilistiche delle sculture, invece concepite per una visione relativamente ravvicinata e reciprocamente contestuale. È plausibile che le sei sculture fossero in origine destinate a essere collocate, tre a destra e tre a sinistra (le figure si rivolgono infatti tre a tre nelle due convergenti direzioni), a seguire l'ascesa delle due rampe della ipotizzata scala esterna anteposta alla facciata, conducendo l'ospite con percorso quasi "iniziatico" dal livello del giardino al fastoso salone al primo piano.

Paiono accordarsi alla qualità stilistica e al gusto ornamentale di Tagliapietra anche alcuni eleganti vasi decorativi ad urna circolare su piede in pietra d'Istria: due sono posizionati su pilastri della recinzione anteriore (ai lati della "peschiera" su strada); un terzo è sul pilastro all'angolo nord-est del quadrilatero cintato. Attualmente nei giardini sono presenti anche altre tre statue allegoriche personificanti Le stagioni (Autunno e Primavera nel giardino anteriore; Estate isolata in un boschetto nel giardino posteriore): si tratta di sculture settecentesche di non eccelsa, ma tuttavia non mediocre qualità, trasferite dai Perocco a metà Novecento da altra loro proprietà e quindi storicamente non pertinenti a Villa Loredan.

Il brolo e il giardino

La citata mappa del 1713 mostra già la villa, di costruzione tardo-seicentesca, posizionata verso il lato sud-ovest del grande quadrangolo cintato da muro, tuttora integralmente conservato. Si tratta di un elemento veneto piuttosto caratteristico, laddove la parte preponderante della superficie, sul retro della villa, era tradizionalmente destinata a brolo (frutteto produttivo). La mappa del catasto austriaco (1830–1840 circa) lascia ancora intendere, giusto sul retro del palazzo dominicale e in asse con questo, un grande "cannocchiale" prospettico attraversante l'intero quadrangolo-brolo fino a raggiungere la recinzione a nord-est, cannocchiale che, secondo la tradizione veneta, doveva essere definito da un doppio filare alberato.

Il lato anteriore a sud-ovest del grande quadrangolo, attestato sulla strada pubblica, è delimitato da una recinzione realizzata nel secolo XIX (verosimilmente dai nuovi proprietari Valier), parte in muro, parte con muretto e belle griglie "barocchette" in ferro battuto, tra pilastri recanti statue in pietra (oggi spostate per sicurezza all'interno del giardino) e vasi decorativi pure in pietra. Notabile, nella parte prospiciente esattamente il fronte palazzo-barchesse, tra limite di recinzione e strada, un fossato d'acqua di risorgiva, quasi una caratteristica "peschiera". L'oratorio si affaccia sulla strada avanzando il suo piccolo pronao, col portale principale d'accesso al centro di un'esedra semicircolare disegnata dalla recinzione e con alle estremità due pilastri.

Circa il disegno dei giardini settecenteschi più prospicienti alla villa, sia per gli spazi anteriori che posteriori, al momento non si dispone di documenti grafici probanti (mappe e altro); le linee principali della originaria partizione delle aree e dei percorsi possono soltanto essere dedotte dall'esistente e dall'architettura degli edifici stessi. L'ordinamento era certamente di geometria molto regolare e ariosa, con esatte rispondenze simmetriche secondo la tradizione "all'italiana", ormai molto influenzata dai modelli francesi. Sono intuibili due probabili "muri verdi" rettilinei (alte siepi di carpino) tra le estremità del fronte edificato e la recinzione anteriore verso strada; sono tuttora intuibili anche due lunghi assi-percorso paralleli che, perpendicolarmente all'allineamento dell'edificio, lo attraversavano in corrispondenza dei corpi minori intermedi, passando per le grandi sale terrene e raggiungendo il giardino posteriore. Tra tali assi, conservati fino agli anni 50–60 del Novecento (come visibile in foto aerea), anteriormente al corpo principale è ipotizzabile un originario ampio parterre geometrico a disegno barocco, semplificato tra Otto e Novecento in un solo vialetto con rotonda centrale, poi obliterato ma tuttora intuibile "sotto-prato".

Ottocento e Novecento: cronologia e proprietà

1856: Vincenzo Loredan vende la villa.

1859: una fonte coeva accenna al "magnifico palagio de' N.U. Loredan, con oratorio dedicato alla B.V. Lauretana, di pianta rotonda, e da cupola coperto", deplorando che "i danni del tempo si scorgano troppo, e nel sacello e nel sontuoso edificio".

1860–1867: la villa è in proprietà di tale ebreo Cuti.

1867–1940: la villa, in cattive condizioni, è acquistata dal patrizio veneto Ottaviano Valier. I Valier restaurano il complesso con varie ingenti modifiche e alterazioni (tra cui, molto verosimilmente, la parziale tamponatura della loggia ionica del salone superiore, l'attuale recinzione anteriore su strada e la collocazione delle statue di Tagliapietra sui suoi pilastri).

1940: la villa è acquistata da tale Pacor, di Trieste.

c. 1945: la villa è in proprietà Stocco. Nei passaggi proprietari precedenti il 1951 furono asportati abusivamente dalla villa "medaglioni in affresco", destinati al mercato antiquario.

1951: la villa è acquistata dall'ing. conte Tullio Perocco di Meduna, la cui famiglia la rinnova e ne è tuttora proprietaria. La villa non è aperta al pubblico.

Attribuzioni e storiografia

Villa Loredan occupa nella moderna storiografia artistica veneta un posto di speciale rilievo, ma ciò esclusivamente in forza della decorazione pittorica ad affresco del salone superiore, bene conservata e oggi concordemente riconosciuta a Girolamo Brusaferro per la parte figurale con datazione c. 1717–1720, con quadratura di ignoti pittori probabilmente emiliani. La storia attributiva ha attraversato la prima pubblicazione di Francesca d'Arcais nel 1967 (a favore di Nicolò Bambini, c. 1710), il primo dubbio espresso da Bernard Aikema nel 1986 con la proposta a favore di Brusaferro, e la conferma di Pietropolli (1991 e 2002) sulla base dei ritrovati disegni preparatori.

Altri aspetti significativi del complesso, quali il nucleo tardo-seicentesco di Zuanne Loredan, la riconfigurazione simmetrica del primo Settecento con barchesse, loggia e salone-auditorium, la statuaria di Tagliapietra, l'oratorio della Madonna di Loreto del 1719 e la sopravvivenza del brolo cintato allineato alla centuriazione romana, sono stati finora largamente trascurati dagli studiosi; la più estesa sintesi storico-critica disponibile è lo studio di Andrea Bellieni citato in bibliografia, inteso come "atlante in prima bozza" in attesa di future ricerche più approfondite, in primis sull'archivio privato Loredan di San Vio.

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