Storia e descrizione
Il Museo delle prigioni è un museo di Pizzighettone, in provincia di Cremona, dedicato alla storia delle carceri che tra il 1785 e il 1954 occuparono le casematte della cerchia muraria. Allestito nel 1998 dal Gruppo Volontari Mura nelle tre casematte che avevano ospitato le celle di isolamento del reclusorio militare, è stato il primo museo del suo genere in Lombardia e conserva le celle singole con le scritte e i graffiti lasciati dai detenuti.
Ergastolo e reclusori austriaci
Le casematte, ambienti voltati a botte addossati alle mura medievali e protetti da terrapieni, furono costruite dagli austriaci intorno al 1720 per ospitare la guarnigione e i materiali della fortezza. Nel 1785, sotto Giuseppe II, le casematte del lato nord furono adibite a ergastolo, mentre il castello fu trasformato in ospizio e casa di lavoro; l'ergastolo fu chiuso temporaneamente nel 1796, con l'arrivo delle truppe napoleoniche.
Nel 1831 gli austriaci vi aprirono un ergastolo militare, destinato soprattutto ai condannati per diserzione. Nell'agosto 1848, durante la ritirata dell'esercito piemontese seguita alla battaglia di Custoza, furono fatti saltare il ponte sull'Adda e una polveriera, e l'esplosione danneggiò anche l'ergastolo, che nel dicembre successivo fu chiuso e i cui detenuti furono trasferiti altrove. Dal 1851 al giugno 1857 le casematte ospitarono un reclusorio politico e penale, legato alla repressione dei moti mazziniani e del brigantaggio, in cui i detenuti lavoravano in laboratori tessili.
Dalla prima guerra mondiale alla Repubblica Sociale
Durante la prima guerra mondiale Pizzighettone ospitò un campo per prigionieri austro-ungarici, distribuito tra il capannone dell'ex deposito dell'avena, la caserma Lamarmora e alcune tendopoli; nell'estate del 1917 i prigionieri, impiegati come manodopera, erano oltre settecento, mentre le casematte furono usate come stalle.
Nel 1920 le casematte divennero sede di un reclusorio militare, succursale di quello di Gaeta, considerato uno dei più duri d'Italia: i detenuti vivevano in cameroni malsani, privi di servizi igienici e di acqua corrente, che ospitavano fino a trenta persone, e la frase «Ti mando a Pizzighettone» divenne la minaccia più temuta dai militari di leva. Nelle tre casematte del lato est furono ricavate trentasei celle di isolamento, destinate ai reclusi più indisciplinati. Il 18 settembre 1943, dopo l'armistizio, i circa quattrocento reclusi furono consegnati ai tedeschi e deportati in Germania, dove gran parte di loro morì nei campi di concentramento. Alcuni dei graffiti che riportano il nome dei detenuti hanno permesso di ricostruirne le vicende, come quella di Salvatore Esposito, deportato con gli altri reclusi e mai tornato.
Nel gennaio 1944 la Repubblica Sociale Italiana riaprì il carcere come istituto militare di pena, in cui furono rinchiusi renitenti e disertori, tra i quali alcuni partigiani come Giuseppe Bescapè. Le condizioni di detenzione, tra isolamento, regime a pane e acqua e percosse, erano durissime; due reclusi che avevano tentato la fuga uccidendo una guardia furono fucilati contro il muro di cinta. L'istituto fu chiuso nel febbraio 1945.
Carcere giudiziario e reclusorio minorile
Dopo la Liberazione alcune casematte servirono a rinchiudere i fascisti catturati in zona. Nel 1946, dopo la rivolta scoppiata il 21 aprile nel carcere di San Vittore di Milano, oltre cinquecento dei rivoltosi ritenuti più pericolosi furono trasferiti a Pizzighettone, dove fu aperto un carcere giudiziario; vi furono detenuti, tra gli altri, Gino Rossetti detto «lo Zoppo», Ezio Barbieri e Daniele Moroni, oltre all'ex federale di Milano Vincenzo Costa. Il carcere giudiziario fu chiuso definitivamente nel 1954.
Nel 1957 le palazzine della piazza d'armi furono radicalmente ristrutturate per ospitare un reclusorio minorile, chiamato «Villa dei Gerani», succursale dell'istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano. Concepito come una struttura modello in cui sperimentare nuovi sistemi rieducativi, accoglieva fino a cinquantatré ragazzi, suddivisi in quattro nuclei familiari; tra loro vi fu anche Renato Vallanzasca, allora sedicenne. L'istituto fu chiuso nel 1977 e negli anni successivi gli edifici costruiti sulla piazza d'armi furono demoliti.
Il museo
Il museo fu realizzato nel 1998 dal Gruppo Volontari Mura, l'associazione di volontari che dagli anni novanta ha curato il recupero della cerchia muraria, ed è stato il primo museo della Lombardia a esporre oggetti, attrezzature e armi legati alla storia di un carcere. Dal 2015 ospita un'esposizione permanente di circa 250 oggetti, materiali militari e documenti, relativi ai tre principali periodi di attività del carcere: 1785-1858, 1915-1945 e 1946-1954.
La visita, che si svolge solo con guida, comprende i cameroni dormitorio, la cappella del carcere, il cammino di ronda delle guardie e le celle di punizione; sono oggi visibili trentotto celle singole, sulle cui pareti si conservano le scritte e i graffiti incisi dai detenuti, molti dei quali giovani. Tra le scritte figurano invocazioni come «sono innocente» o «mamma tornerò» e, sulla parete di controfacciata di ciascuna delle tre casematte, motti a scopo rieducativo come «l'amore è forza, l'odio è ruggine».
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