Storia e descrizione
Antonino Paternò-Castello, VIII Marchese di San Giuliano (noto come Antonino di San Giuliano; Catania, 10 dicembre 1852 – Roma, 16 ottobre 1914), è stato un politico e diplomatico italiano.
Liberale e anticlericale, dopo essere stato ministro delle Poste del Regno d’Italia nel 1899, fu ministro degli Esteri dal 1905 al 1906 e dal 1910 al 1914.
Durante il suo primo mandato agli Esteri, alla Conferenza di Algeciras, l'Italia svolse un ruolo autonomo rispetto all'alleata Germania. Successivamente, dal 1906 al 1910, fu inviato come ambasciatore a Londra e Parigi. Con il suo secondo mandato agli Esteri, nel 1910, seguì per l'Italia la Crisi di Agadir che sfruttò per dare inizio al conflitto con la Turchia per la conquista della Libia. Non gli fu possibile realizzare un semplice protettorato per la decisione del presidente del Consiglio Giovanni Giolitti di attuare un'annessione completa. Prolungatosi per questo il conflitto, gestì la difficile posizione dell'Italia nei confronti dell'Europa.
Guidò le trattative per il rinnovo della Triplice alleanza del 1912 e gestì gli sviluppi per l'Italia delle guerre balcaniche, con particolare attenzione alla nascita dell'Albania, di cui sosteneva l'importanza strategica per il controllo dell'Adriatico. Benché fautore della Triplice alleanza, allo scoppio della prima guerra mondiale iniziò trattative di avvicinamento alla Triplice Intesa. Tali contatti portarono poi, con i suoi successori agli Esteri, alla stipulazione del Patto di Londra e alla conseguente discesa in guerra dell'Italia contro l'Austria-Ungheria nel 1915.
Le origini e la gioventù
Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, discendeva da un'antica famiglia (Paternò) dell'XI secolo proveniente da Embrun, in Francia, il cui primo esponente noto fu Roberto d'Embrun giunto in Sicilia al seguito dei re normanni. Il capostipite del ramo dei San Giuliano fu l'omonimo Antonino Paternò Castello che nel 1693 sposò Giulia Asmundo e Joppolo. Costei, unica figlia del marchese di San Giuliano, gli portò in dote il titolo e i vasti possedimenti tra Catania e Siracusa.
Antonino nacque a Catania il 10 dicembre 1852 dal matrimonio fra Benedetto, settimo Marchese di San Giuliano, e Donna Caterina Statella e Moncada, figlia del principe Antonio Statella di Cassaro. Antonino di San Giuliano fu figlio unico, ebbe quali punti di riferimento culturali la madre, alla quale era molto affezionato, e la ricca biblioteca di Palazzo San Giuliano. Da adolescente i suoi autori preferiti furono Goethe e Dante, della cui Divina commedia divenne poi un cultore.
Il giovane San Giuliano riuscì presto a padroneggiare le principali lingue europee, la cui conoscenza affinò durante alcuni viaggi a Londra e a Vienna. Nel 1872 a Londra poté ascoltare un discorso del politico liberale William Ewart Gladstone e l'anno seguente a Vienna incontrò l'ambasciatore italiano e futuro ministro degli Esteri Carlo Felice di Robilant. Oltre alla passione per i viaggi, San Giuliano coltivò quella per la storia e la geografia che, studiate insieme, lo aiutarono a comprendere le problematiche internazionali del tempo.
Sposatosi con Enrichetta Statella dei conti di Castagnetto, lo stesso anno 1875 si laureò in legge e, eletto consigliere comunale a Catania, ne divenne l'assessore alla Pubblica Amministrazione. La carica gli consentì di far trasferire in città da Parigi le spoglie del musicista catanese Vincenzo Bellini. Dal matrimonio con Enrichetta (deceduta il 9 novembre 1897) nacquero tre figli: Caterina, detta Carina, Benedetto Orazio (1877-1912) e Maria.
L'ascesa (1882-1898)
Molto ambizioso, San Giuliano divenne sindaco della sua città natale, Catania, a soli 26 anni. Nel 1882 si fece promotore di un progetto per una grande linea ferroviaria circumetnea che, giudicata troppo dispendiosa, fu bocciata dai consiglieri (i quali optarono per una soluzione più modesta). San Giuliano allora si dimise e si presentò candidato alla Camera dei deputati per la XV Legislatura. In un discorso al teatro Arena Pacini di Catania, il 3 settembre 1882 presentò il suo programma, connubio di progresso e conservazione. Esso fu accolto con favore dagli elettori della sezione “Duomo” di Catania che nelle votazioni del 29 ottobre preferirono nettamente San Giuliano agli altri candidati. Questo risultato, però, fu annullato poiché Antonino non aveva compiuto ancora 30 anni. Dopo una nuova elezione che confermò i risultati della prima, il 24 gennaio 1883 San Giuliano entrò alla Camera, occupando un seggio che avrebbe conservato fino al 1904 (per 7 legislature consecutive).
Deputato
San Giuliano era di area liberale. Pur cambiando spesso corrente in Parlamento, mantenne una linea coerente, giudicando i governi in base alla difesa dell'Italia all'estero e all'impegno per il riscatto del Mezzogiorno. Appoggiò la politica di Francesco Crispi e nel 1892 divenne sottosegretario all'Agricoltura nel primo governo Giolitti. L'anno dopo scrisse Le condizioni presenti della Sicilia, in cui proponeva, per i latifondi mal diretti, l'espropriazione «forzata per pubblica utilità». L'iniziativa avrebbe creato una classe di «contadini-proprietari cointeressata alla conservazione dello Stato»; nel frattempo però il governo avrebbe dovuto, come fece, reprimere le organizzazioni dei Fasci siciliani per il mantenimento dell'ordine nell'isola. Il 22 giugno 1893 fu iniziato in Massoneria nella Loggia "Universo" di Roma e fu in seguito affiliato alla loggia "Dante e l'Italia" di Catania.
Ministro delle Poste
Nominato nel 1899 ministro delle Poste nel secondo governo Pelloux, San Giuliano riorganizzò le linee di navigazione nel Mediterraneo consentendo alle merci che viaggiavano dal Canale di Suez a Venezia di farlo con un'unica compagnia, la Navigazione Generale Italiana. In poco più di un anno istituì il collegamento telegrafico diretto fra Catania e l'Italia continentale, prese provvedimenti per il miglioramento del servizio postale a Palermo, Genova e Milano, e reperì i fondi per l'ammodernamento degli uffici postali di Roma, Venezia e Milano.
In quegli anni, in cui aspirava a divenire ministro degli esteri, compì diversi viaggi. Nel 1891 e nel 1905 si recò in Eritrea. Nell'estate-autunno del 1902 soggiornò a lungo in Albania, allora dell'Impero ottomano, e nell'area adriatica dei Balcani, luoghi strategici per la sicurezza nazionale nel contesto della Triplice alleanza, di cui l'Italia faceva parte assieme all'Austria e alla Germania. Inizialmente antifrancese come Crispi, San Giuliano si mostrò sostenitore dell'alleanza, sempre che fosse stata accompagnata da rapporti amichevoli con la Gran Bretagna, di cui temeva la potenza navale.
Sempre nella prospettiva di un incarico al Ministero degli Esteri, San Giuliano all'inizio del ‘900 approfondì in Parlamento le tematiche coloniali. Nel 1903 entrò nel consiglio della Società Dante Alighieri per lo sviluppo della lingua italiana nel mondo e assunse la vicepresidenza della Lega navale italiana, per il potenziamento della flotta, mentre nel 1905 entrava nel consiglio direttivo della Società geografica italiana, divenendone presidente l'anno dopo.
Dopo essere stato nominato senatore il 4 marzo 1905, pubblicò nello stesso anno un articolo sull'emigrazione negli Stati Uniti d'America, dove era stato nel 1904. Durante il viaggio, aveva parlato con il presidente Theodore Roosevelt e aveva capito che gli Stati Uniti avrebbero presto bloccato l'arrivo di grandi masse di stranieri. Fino ad allora, partire per l'America era stato il modo con cui i contadini del Sud erano sfuggiti alla miseria. Senza questa valvola di sfogo, la Questione meridionale sarebbe diventata più grave. Per risolvere il problema, San Giuliano decise che l'Italia doveva puntare alla Libia, allora colonia dell'Impero ottomano, soprattutto dopo che le potenze interessate al Mediterraneo (Francia e Gran Bretagna) vi avevano riconosciuta «la prevalenza dei nostri interessi».
Ministro degli Esteri e la conferenza di Algeciras (1905-1906)
L'occasione di colonizzare la Tripolitania e la Cirenaica ottomane si presentò con la conferenza di Algeciras, seguita alla Crisi di Tangeri tra Francia e Germania. Allo scopo di ridisegnare la politica estera italiana, Giovanni Giolitti, capo della maggioranza parlamentare, e re Vittorio Emanuele III, in vista della conferenza, diedero vita il 24 dicembre 1905 al secondo governo Fortis e nominarono ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano.
Tre giorni dopo il ministro degli esteri inglese Edward Grey precisò che sulla questione che si doveva discutere alla conferenza la Gran Bretagna era con la Francia e contro la Germania, a favore cioè dell'espansione dell'influenza francese sul Marocco. San Giuliano, che aspirava ad un assenso definitivo di Gran Bretagna e Francia alle mire italiane sulla Libia inviò alla conferenza Emilio Visconti Venosta, già ministro degli Esteri ai tempi della Destra storica e notoriamente filofrancese. L'anziano diplomatico impostò la linea di condotta dell'Italia che, pur mantenendosi vicina alle posizioni degli alleati della Triplice alleanza, determinò una svolta nella sua politica estera. Non votando infatti contro le mire della Francia nei confronti del Marocco, Venosta si guadagnò il benestare di Parigi e Londra per la colonizzazione della Libia.
Ambasciatore a Londra e Parigi (1906-1910)
Da quel momento Francia e Gran Bretagna furono ben disposte verso San Giuliano. In entrambi i Paesi, fra il 1906 e il 1910, San Giuliano ricoprì la carica di ambasciatore. Giunse infatti nella capitale britannica l'11 settembre 1906 e fu accolto molto benevolmente. Quando il suo periodo all'ambasciata si concluse, il 5 novembre 1909 scrisse per il ministro degli Esteri Tommaso Tittoni un lungo rapporto, il cui punto centrale verteva sulla questione se l'Impero britannico fosse o meno in decadenza. San Giuliano vedeva il declino in prospettiva, ma nell'immediato il legame e il confronto con la Gran Bretagna erano per l'Italia di importanza vitale e non negoziabili.
Durante il suo mandato a Londra, nella primavera del 1909, San Giuliano ebbe l'occasione di accompagnare in una tappa del suo viaggio nel Mediterraneo il re d'Inghilterra Edoardo VII. Rientrò, così, al fianco del sovrano, a Catania dove fu accolto assieme al suo ospite con vive dimostrazioni di entusiasmo. Ma l'apice del successo San Giuliano lo raggiunse qualche giorno dopo, quando i sovrani britannici furono accolti in Palazzo San Giuliano, per un tè. Al periodo londinese seguì una breve esperienza a capo dell'ambasciata italiana a Parigi nel febbraio 1910, dopo di che fu richiamato a Roma per ricoprire nuovamente l'incarico di ministro degli Esteri.
Ministro degli Esteri (1910-1914)
Dopo l'esperienza diplomatica, Antonino di San Giuliano, il 1º aprile 1910, fu nominato per la seconda volta ministro degli Esteri, carica che avrebbe ricoperto fino al giorno della sua morte. Il governo di cui fece parte fu quello del filofrancese e conservatore Luigi Luzzatti. San Giuliano aveva inizialmente rifiutato la proposta, poiché riteneva non bilanciato un governo così favorevole all'Entente cordiale, poi, dopo le insistenze di Giolitti e di Vittorio Emanuele III, aveva finito per accettare.
Il problema più grave che San Giuliano si pose fin dall'inizio fu di completare l'unità del Regno d'Italia con i territori di lingua italiana (Trentino, Gorizia e Trieste) dell'Austria. San Giuliano riteneva di poter risolvere questo problema pacificamente, contando cioè sull'articolo 7 della Triplice alleanza, che prevedeva compensi territoriali per l'Italia in caso di espansione dell'Austria nei Balcani.
La crisi di Agadir
Si andava profilando però un'occasione per un successo in un altro ambito, quello coloniale. Di fronte alla crisi che contrapponeva ancora la Francia alla Germania sulla questione del Marocco, San Giuliano pensò fosse giunto il momento di una soluzione della questione libica, approfittando della distrazione delle grandi potenze coinvolte nella diatriba marocchina. Tale azione apparve necessaria a sostegno dell'economia zolfiera siciliana, che sarebbe stata danneggiata dalla concorrenza dei giacimenti libici di zolfo nel caso questi fossero stati acquistati, come sembrava probabile, dai tedeschi.
Caduto il governo Luzzatti, alla fine del marzo del 1911 era tornato al potere con il suo quarto esecutivo Giovanni Giolitti che, in simbiosi con le idee di San Giuliano, gli aveva confermato la carica di ministro degli Esteri. Il 1º luglio 1911 scoppiò la crisi di Agadir e San Giuliano iniziò a pensare a espandere l'influenza italiana sulla Libia. Già tre giorni dopo, in un memorandum a Vittorio Emanuele III e Giolitti, San Giuliano riteneva "probabile" che l'Italia in pochi mesi sarebbe stata "costretta" a compiere la spedizione in Libia. Giolitti invece si dimostrò prudente e non ritenne opportuno agire, sia perché temeva che la crisi di Agadir avrebbe potuto portare ad una guerra tra Francia e Germania coinvolgendo l'Italia, sia perché conosceva l'opposizione dei socialisti ad un'azione bellica.
Appoggiò invece San Giuliano Sidney Sonnino, capo della destra costituzionale, con il suo Giornale d'Italia e l'influentissimo Corriere della Sera. Nello stesso tempo San Giuliano bersagliava Giolitti con moniti e incitamenti avvisandolo che, per ottenere un successo rapido, la macchina militare andava preparata in tempo e che il mare mosso d'inverno avrebbe potuto compromettere l'operazione. Affermò anche che i negoziati tra la Germania e la Francia erano entrati in una fase di stallo che andava sfruttata per iniziare l'impresa libica; e che la fase che si apriva non avrebbe portato ad una guerra fra le due potenze.
Convinto infine dalle argomentazioni di San Giuliano, il 17 settembre 1911 Giolitti si recò da Vittorio Emanuele III per l'autorizzazione a organizzare l'azione militare contro la Turchia. Il giorno dopo telegrafò a San Giuliano, al ministro della Guerra Paolo Spingardi e al ministro della Marina Pasquale Leonardi Cattolica affinché si attivassero ognuno secondo le proprie competenze.
La guerra italo-turca
Dopo l'ultimatum del 28 settembre 1911 e lo sbarco delle truppe italiane sulle coste libiche, con il passare delle settimane, forte della mediazione tedesca, San Giuliano si mostrò disposto a trattative che avrebbero formalmente lasciato la Libia alla Turchia, e che avrebbero concesso all'Italia una sorta di protettorato politico-economico. Di altro avviso fu invece Giolitti che pretese l'occupazione completa del territorio per poter instaurare una qualsiasi forma di dominio avesse voluto l'Italia.
Costretto a rivedere i suoi progetti in termini di annessione e di prolungamento del conflitto, il marchese si trovò in difficoltà con gli alleati, che erano molto vicini alla Turchia: la Germania non garantì più la sua opera di mediazione e l'Austria costrinse l'Italia a non far intervenire le navi italiane contro obiettivi turchi nell'Adriatico e nello Ionio, territori soggetti alle limitazioni imposte dalla Triplice alleanza. Anche in Francia montarono le proteste, che sfociarono in una crisi diplomatica con l'Italia il 22 gennaio 1912, a seguito di un discorso alla Camera del presidente Raymond Poincaré.
L'interpretazione dell'articolo 7
Con l'Austria iniziò allora un lungo e delicato negoziato per l'occupazione delle isole turche dell'Egeo, ambite dall'Italia come basi per interrompere il flusso di rifornimenti turchi verso i porti libici. Il ministro degli Esteri austriaco Alois Lexa von Aehrenthal si oppose a tale occupazione appellandosi all'articolo 7 della Triplice alleanza che obbligava la potenza (Italia o Austria) che si espandeva nei Balcani o nell'Egeo ad accordarsi con l'altra per compensarla.
Approfittando del negoziato in corso per il rinnovo dell'alleanza, San Giuliano dichiarò all'alleato comune, la Germania, che le occupazioni in Egeo erano essenziali per concludere la guerra di Libia. Se l'Austria avesse interferito la Triplice alleanza si sarebbe sciolta, perché l'Italia non l'avrebbe rinnovata. Intanto, al ministro degli esteri austriaco Aehrenthal era succeduto il più malleabile Leopold Berchtold che, influenzato dalla Germania, il 6 aprile 1912 mostrò un'apertura nei confronti dell'Italia, e il 26 la Regia Marina poté procedere con le operazioni di sbarco sulla prima isola da conquistare: Stampalia.
Con questa vittoria diplomatica San Giuliano fece prevalere la sua interpretazione dell'articolo 7. Quest'ultimo, benché includesse il Mar Egeo fra le zone su cui un'alleata si poteva espandere solo accordandosi con l'altra, da quel momento fu interpretato in maniera favorevole all'Italia: le isole del Dodecaneso erano in territorio asiatico e le ripercussioni della loro occupazione si sarebbe avuta in Libia e non nei Balcani (vero oggetto dell'articolo 7). San Giuliano ottenne quindi che la norma si applicasse in futuro solo alle occupazioni nel sud-est dell'Europa. In condizioni cioè dove solo l'Austria poteva occupare e solo l'Italia doveva essere compensata.
Solo in autunno, tuttavia, scoppiata la prima guerra balcanica, nel timore che tutto l'Impero ottomano fosse sul punto di crollare, il governo di Costantinopoli accettò la resa alle condizioni di Roma. Il conseguente trattato di pace fu firmato a Losanna il 18 ottobre 1912. L'Italia acquisì il Dodecaneso e la Libia, dove però la guerriglia araba non fu mai sedata.
Il rinnovo della Triplice alleanza del 1912
Nonostante i rapporti non sempre amichevoli fra Italia e Austria, San Giuliano era convinto della convenienza per l'Italia di rimanere nella Triplice alleanza. Dopo aver ricevuto da parte di Berlino e Vienna la richiesta di rinnovare l'alleanza (che sarebbe scaduta nel 1914), il marchese aveva contattato Giolitti e Vittorio Emanuele III. Avutone il consenso, nel settembre 1911, prima dello scoppio della guerra contro la Turchia, San Giuliano accettò di rinnovare l'accordo, ma non prima della fine della campagna di Libia che stava per iniziare.
Il marchese comunicò inoltre agli alleati di accettare il testo del 1902 (tacitamente rinnovato nel 1908) eccetto che nei punti in cui (articoli 9 e 10) lo si doveva rivedere per renderlo conforme al nuovo assetto che l'Italia avrebbe dato alla Libia. Con Vienna le trattative divennero difficili quando San Giuliano chiese di inserire nel testo del trattato due accordi bilaterali che l'Italia aveva stipulato con l'Austria su Albania e Sangiaccato di Novi Pazar. I due accordi secondo San Giuliano dovevano rientrare nell'alleanza, di modo da costringere la Germania a garantire gli impegni presi dall'Austria.
Dopo un periodo di stallo, furono i colloqui tra San Giuliano e Berchtold a San Rossore e Firenze del 22 e 23 ottobre 1912 a riavviare il negoziato. I progressi militari degli stati balcanici sulla Turchia nella prima guerra balcanica che intanto era scoppiata fecero infatti comprendere ai tre alleati che si sarebbero dovuti affrettare a chiudere le trattative per presentarsi in un fronte diplomatico compatto alla conferenza di pace.
Il ministro degli Esteri tedesco Alfred von Kiderlen-Waechter propose un compromesso: il nuovo trattato della Triplice alleanza su questo punto non sarebbe stato modificato, ma avrebbe compreso un protocollo diviso in tre parti. La prima parte implicava la sovranità italiana sulla Libia, la seconda definiva che lo status quo previsto dall'articolo 10 sarebbe stato quello esistente al momento della firma del rinnovo, la terza citava gli accordi italo-austriaci aggiungendo che essi non venivano modificati dal rinnovo dell'alleanza. San Giuliano e Berchtold si ritennero soddisfatti e le firme del rinnovo furono apposte a Vienna il 5 dicembre 1912.
Il controllo dell'Adriatico e la conferenza di Londra
Un altro tema di attrito fra Italia e Austria era costituito dal controllo dell'Adriatico dove l'Austria possedeva l'unico grande porto dell'Impero: Trieste. L'imbocco del Canale d'Otranto costituiva quindi un punto di fondamentale interesse per le due nazioni, una delle quali, l'Italia, ne controllava la sponda occidentale con la Puglia. A oriente, invece, il canale era sorvegliato dalla Turchia con l'Albania, all'epoca composta dai vilayet di Scutari e di Gianina. Le gravi difficoltà in cui versava la Turchia già da tempo, aggravatesi con la prima guerra balcanica, determinarono sviluppi nell'area tali da poterne modificare l'assetto politico. Le attenzioni di San Giuliano si concentrarono, quindi, sull'Albania dalle cui basi navali sarebbero potute partire in futuro azioni militari contro l'Italia.
Con il viaggio a Berlino del novembre 1912, San Giuliano cominciò ad attuare la politica volta a fare dell'Albania il baluardo contro eventuali minacce nell'Adriatico meridionale. Fu d'accordo quindi con la proposta dell'Austria di far nascere uno Stato albanese indipendente, non soggetto alle potenze limitrofe. D'altro canto San Giuliano puntava ad ampliare l'influenza italiana in Albania e a superare quella austriaca già presente. D'accordo con Vienna, si schierò contro la Serbia che, vittoriosa sulla Turchia nella guerra balcanica, aspirava ad uno sbocco albanese in Adriatico. Né valsero le amicizie della Serbia con la Russia, poiché San Giuliano fece intendere che se era in gioco l'Albania non avrebbe abbandonato l'Austria in un eventuale conflitto europeo.
Il 3 dicembre 1912, intanto, era intervenuto l'armistizio che interrompeva la prima guerra balcanica. Lo stesso giorno San Giuliano apprese che la Gran Bretagna avrebbe indetto una conferenza a Londra per regolare le questioni della regione. Alla conferenza sarebbero intervenute le potenze europee, fra cui l'Italia. Il 17 dicembre, in occasione della prima seduta di tale conferenza, il problema del porto serbo sull'Adriatico si risolse perché tutti i delegati accettarono la proposta inglese di una ferrovia internazionale che avrebbe unito la Serbia ad un porto albanese per un “accesso commerciale al mare”.
L'assedio di Scutari
Ben più difficoltosa per San Giuliano fu la questione di Scutari, piazzaforte turca in Albania settentrionale che il Montenegro continuava ad assediare nonostante la tregua del 3 dicembre. Come il marchese aveva intuito, l'Austria puntava ad inglobare Scutari nella nascente Albania nel tentativo di farne il cuore politico e di garantirsi l'egemonia sul nuovo Stato. La città, infatti, contava una forte presenza di cattolici che facevano riferimento a Vienna per i loro interessi.
San Giuliano chiese allora al suo ambasciatore presente alla conferenza di Londra, Guglielmo Imperiali, di non prendere alcuna decisione in merito a Scutari, poi però temendo un'aggressione austriaca al Montenegro, che avrebbe dato a Vienna il controllo dell'Albania e dell'Adriatico, chiese nel gennaio del 1913 alla Russia di convincere il Montenegro ad abbandonare l'assedio.
Il 23 aprile 1913, la situazione precipitò, poiché Scutari cadde nelle mani dell'esercito di Nicola I del Montenegro. L'Austria vide quasi svanire la possibilità di controllare l'Adriatico e il 27 chiese all'Italia di appoggiarla in una guerra contro il Montenegro. San Giuliano doveva rispondere con un “Sì” o con un “No”. Nel primo caso significava mettersi contro buona parte della popolazione italiana che non amava l'Austria; nel secondo caso voleva dire consegnare all'Austria Scutari e abbandonare qualsiasi progetto di controllo dell'Adriatico.
San Giuliano scelse una terza strada. Egli minacciò un'azione militare parallela a quella austriaca su Scutari, con obiettivo le coste meridionali albanesi. Ma all'ambasciatore austriaco a Roma, Kajetan Mérey, comunicò che l'Italia avrebbe occupato Valona solo se l'attacco austriaco al Montenegro non avesse provocato un intervento russo. In caso di intervento russo l'Italia non si sarebbe mossa, né contro Valona né a favore dell'Austria, sulla quale sarebbe ricaduta la responsabilità di aver scatenato una guerra europea. Quasi contemporaneamente, il 3 maggio, re Nicola, nel timore di un'aggressione austriaca, comunicò a Londra che il Montenegro accettava le decisioni delle potenze convenute e ritirava l'esercito da Scutari. La conferenza raggiunse un risultato il 30 maggio 1913 con la firma del trattato di Londra.
Contro la Grecia
Dopo essere riuscito ad evitare problemi sul fronte dell'Albania e appena prima della firma del trattato di Londra, San Giuliano, il 27 maggio 1913, arrivò a prospettare una guerra con la Grecia nel caso questa non si fosse piegata ad accettare i confini albanesi a capo Stylos (Filiates). Ciò perché dietro Atene il marchese vedeva la Francia che, per quanto amica, faceva pur sempre parte dello schieramento avversario alla triplice alleanza. Spostando il confine più a nord, la Grecia avrebbe infatti conquistato posizioni strategiche per il controllo del Canale d'Otranto.
Nonostante la firma del trattato di Londra, le negoziazioni tra gli ambasciatori continuarono, mentre il 29 giugno 1913 scoppiava la seconda guerra balcanica, nella quale, secondo San Giuliano, la Grecia si preparava ad ulteriori conquiste. Di fronte alle richieste dell'Italia sulla limitazione dei confini greci, il ministro degli Esteri britannico Edward Grey chiese in cambio, per la Grecia, le Isole dell'Egeo che l'Italia avrebbe dovuto comunque abbandonare. San Giuliano sostanzialmente rifiutò, finché il 12 agosto, Francia e Gran Bretagna, dopo 8 mesi di trattative spese per salvare la pace europea, accettarono le richieste italiane.
La nascita dell'Albania
Parallelamente alle discussioni descritte, si svolgevano a Londra quelle riguardanti lo statuto della nascente Albania. Il 19 gennaio 1913 San Giuliano presentò le sue proposte all'Austria, che miravano alla internazionalizzazione del nuovo Stato, alla possibilità che vi potesse regnare un principe, e alla sua neutralità garantita dalle potenze europee. Nell'arco di un mese il ministro degli esteri austriaco Berchtold accolse tutte le sue proposte.
Rimaneva in sospeso solo la questione del protettorato del culto cattolico esercitato dall'Austria, che San Giuliano avrebbe voluto abolire dallo statuto dell'Albania. San Giuliano si era sempre professato ateo e anticlericale, ma sapeva che ottenere che l'Italia proteggesse il proprio clero all'estero avrebbe aumentato il prestigio e il consolidamento della nazione. Si raggiunse pertanto un accordo con l'Austria: su proposta di San Giuliano, Berchtold rinunciò ufficialmente al protettorato sui cattolici che fu depennato dallo statuto dell'Albania. Ma con una nota riservata che non sarebbe stata diffusa del 15 aprile 1913, ribadì all'Italia che il protettorato austriaco rimaneva in vigore.
La proposta italo-austriaca di statuto dell'Albania fu presentata alla conferenza di Londra l'8 maggio 1913. La Francia si dimostrò contraria, perché voleva creare uno stato vassallo delle grandi potenze, con un alto commissario al posto del principe proposto da Austria e Italia. Nonostante ciò Berchtold e San Giuliano iniziarono a cercare un monarca da porre sul trono d'Albania fra le casate protestanti d'Europa.
I due ministri desideravano infatti un'Albania "vitale" e indipendente che avrebbe fatto da argine alla Serbia, vittoriosa anche nella seconda guerra balcanica. Il 15 luglio 1913, dopo vari rifiuti incrociati, San Giuliano accettò la proposta dell'Austria di candidare il principe tedesco Guglielmo di Wied al trono d'Albania. Berchtold fu intransigente con le altre potenze sulle decisioni prese assieme a San Giuliano e lo statuto albanese fu approvato dalla conferenza quasi senza emendamenti il 29 luglio 1913. Nasceva l'Albania indipendente, alla quale, nel 1914, sarebbe seguito il Principato d'Albania. Benché instabile, il nuovo Stato non era divenuto una pedina dell'Austria, il rischio maggiore per l'Italia che San Giuliano era riuscito ad evitare.
Il pericolo di un conflitto europeo nel 1913
Scoppiata alla fine di giugno del 1913, la seconda guerra balcanica fu provocata dalla Bulgaria che, insoddisfatta dalle ricompense ricevute con la conferenza di Londra, dichiarò guerra ai suoi ex alleati: Serbia e Grecia. Gli altri stati balcanici accorsero in favore degli aggrediti che contrattaccarono sbaragliando l'esercito bulgaro. L'Austria, amica della Bulgaria, considerò seriamente l'ipotesi di punire la Serbia con un'aggressione e lo comunicò all'Italia per coinvolgerla nel conflitto. Ciò avrebbe potuto portare ad una reazione a catena molto simile a quella che si verificò un anno dopo con lo scoppio della prima guerra mondiale.
Dalla Svezia, dove aveva accompagnato Vittorio Emanuele III, San Giuliano telegrafò a Giolitti il 9 luglio 1913 accordandosi con lui per rispondere all'ambasciatore austriaco Kajetan Mérey. Il casus foederis, e cioè la condizione per cui l'Italia sarebbe dovuta intervenire in una guerra al fianco dell'Austria, non poteva scattare nel caso presente e sarebbe stato un grave errore entrare in un conflitto europeo provocato da reazioni aggressive di Vienna. Tornato a Roma, San Giuliano ribadì il suo pensiero di persona. Egli stabilì così un'interpretazione letterale del casus foederis della Triplice alleanza: solo se vi fosse stato un pericolo di aggressione all'Austria, l'Italia l'avrebbe soccorsa con le armi.
Verso la prima guerra mondiale
Nel marzo 1914 divenne presidente del Consiglio Antonio Salandra che, sebbene fosse la personalità che avrebbe dovuto aprire il ciclo dei liberali conservatori al potere, chiese a San Giuliano di rimanere al suo posto di ministro degli Esteri. Il marchese dapprima rifiutò, poi, dopo le insistenze di Giolitti e Vittorio Emanuele III, accettò.
Dopo la paventata ipotesi di unione fra Serbia e Montenegro dei loro rispettivi leader politici e l'incontro fra San Giuliano e Berchtold di Abbazia dell'aprile del 1914, l'ambasciatore tedesco a Roma Hans von Flotow chiese in giugno al marchese cosa l'Italia avrebbe chiesto in cambio del controllo austriaco della costa montenegrina. San Giuliano, che mai avrebbe accettato una simile situazione senza un importante compenso, fu esplicito: le "terre italiane" dell'Austria (Trieste e Trento).
Analogamente, data la precaria situazione politica interna dell'Albania, Flotow il 13 giugno chiese a San Giuliano che cosa ne pensasse di una possibile spartizione del Paese tra Austria e Italia. San Giuliano rispose che per l'Italia sarebbe stato un errore annettere terre con un irredentismo ostile e mettersi contro i popoli balcanici. Anche nel caso in cui l'Albania settentrionale fosse diventata austriaca il compenso secondo San Giuliano doveva consistere nella cessione all'Italia delle "terre italiane" dell'Austria».
Tutto mutò il 28 giugno 1914 quando, a Sarajevo, venne assassinato l'erede al trono d'Austria Francesco Ferdinando. Austria e Germania decisero per la guerra alla Serbia, ritenuta responsabile dell'omicidio. Fino al 23 luglio, però, data della consegna dell'ultimatum di Vienna a Belgrado, le intenzioni dell'Austria non furono chiare.
L'8 luglio, Flotow tornò sulla questione e parlò al marchese del progetto dell'Austria di cedere la costa del Montenegro all'Albania e di annettersi il monte Lovćen, in posizione strategica a controllo dell'Adriatico meridionale. San Giuliano fu del tutto contrario. Alle insistenze dell'ambasciatore tedesco rispose che, per impedire all'Austria la conquista di una base così importante, l'Italia le avrebbe dichiarato guerra portando la rivoluzione nell'Impero austro-ungarico.
Per eliminare qualsiasi dubbio sulla linea politica dell'Italia, San Giuliano il 14 luglio 1914 chiese all'ambasciatore a Berlino Riccardo Bollati di convincere i governanti tedeschi che nuovi accordi tra Italia e Austria sui Balcani dovevano rispettare il sentimento del popolo e del parlamento italiani. Per cui il governo italiano non avrebbe stipulato accordi per un'aggressione austriaca della Serbia, quali che fossero i compensi per l'Italia, poiché la distruzione della Serbia non sarebbe stata tollerata dall'opinione pubblica italiana.
La Crisi di Luglio
Dopo l'attentato di Sarajevo, visti i precedenti e nonostante il trattato della Triplice prevedesse consultazioni in caso di prevista aggressione a un Paese terzo, Berchtold nascose a San Giuliano le intenzioni dell'Austria. L'Austria preparava infatti un attacco alla Serbia e San Giuliano avrebbe sicuramente sollevato la questione dei compensi prevista dall'articolo 7 dell'alleanza. Solo il 22 luglio, il giorno prima della consegna dell'ultimatum a Belgrado, l'ambasciatore austriaco Kajetan Mérey rivelò a San Giuliano che le probabilità di una guerra austro-serba erano ormai divenute molte e che l'Austria faceva assegnamento «sull'attitudine leale e conforme all'alleanza dell'Italia».
San Giuliano rispose che il punto era le questione territoriale. Se l'Austria avesse annesso regioni serbe, cosa che Mérey escluse, avrebbe dovuto compensare l'Italia. Il marchese disse anche di sperare che l'ultimatum alla Serbia contenesse richieste eque e accettabili, poiché in caso contrario l'Austria non avrebbe incontrato il favore dell'opinione pubblica italiana.
Sofferente di gotta, San Giuliano, il 23 luglio 1914, era al Grand Hotel di Fiuggi per un periodo di cura. Appena seppe che l'ultimatum austriaco sarebbe stato consegnato alla Serbia alle 18:00, telefonò al presidente del Consiglio Antonio Salandra affinché lo raggiungesse per esaminare le condizioni dell'Austria con l'ambasciatore tedesco Flotow, anch'egli a Fiuggi. Poco prima delle 12 del 24 i tre ricevettero il testo dell'ultimatum che si rivelò durissimo.
San Giuliano protestò con l'ambasciatore tedesco, ricordandogli che, essendo la triplice alleanza un patto difensivo, l'Italia non aveva alcun obbligo di seguire l'Austria nell'eventuale conflitto. Flotow, tuttavia, lo tranquillizzò con la possibilità di ottenere compensi territoriali per l'Italia qualora avesse tenuto una linea amichevole nei confronti dell'Austria. Lo stesso 24 luglio 1914 San Giuliano scrisse a Vittorio Emanuele III precisando che l'Italia non aveva ancora ricevuto alcuna richiesta di appoggio da parte di Vienna e poteva tenersi fuori da un conflitto provocato dall'Austria. Ma, qualora fossero stati concordati importanti compensi, l'Italia sarebbe potuta entrare in guerra, scegliendo il giusto momento, al fianco di Austria e Germania.
L'azione per la pace
La prospettiva dell'intervento al fianco degli alleati in cambio di compensi, ben presto svanì di fronte all'indifferenza dell'Austria. Pertanto, San Giuliano volle adoperarsi per evitare la guerra austro-serba che avrebbe potuto generare un conflitto europeo che l'Italia poteva solo temere. Egli, fin dalla prima metà di luglio aveva ricevuto informazioni, dai suoi diplomatici a Belgrado e a San Pietroburgo secondo le quali la Russia sarebbe intervenuta in soccorso della Serbia se questa fosse stata attaccata dall'Austria. San Giuliano si premurò di diffondere l'informazione presso gli alleati, e il 21 luglio 1914 l'ambasciatore a Vienna Giuseppe Avarna riferì la risposta di Berchtold che non credeva alle notizie che davano la Russia pronta ad intervenire in difesa della Serbia e che, semmai la Russia fosse intervenuta nel conflitto austro-serbo, l'Austria era pronta.
La Gran Bretagna, intanto, il 22 luglio aveva proposto una conferenza internazionale per decidere sulla questione. Cosicché quando la Serbia diede la sua risposta all'ultimatum, che l'Austria definì insoddisfacente, e il 25 luglio intervenne la rottura diplomatica fra i due Paesi, San Giuliano propose all'ambasciatore inglese James Rennell Rodd di chiedere a Vienna spiegazioni sui punti rifiutati dalla Serbia. Una volta avute queste spiegazioni, secondo San Giuliano le potenze dovevano spingere la Serbia ad accettare quei punti e cedere non all'Austria, ma all'Europa. Ciò avrebbe salvato il prestigio della Serbia e internazionalizzato la crisi. Sarebbero state poi le potenze europee a giudicare se la Serbia aveva soddisfatto o meno le richieste austriache. Accettando le quali la Serbia, sostenuta dalle potenze europee, avrebbe mantenuto la pace e l'indipendenza.
Il 27 luglio 1914, San Giuliano spiegò il suo piano all'ambasciatore russo a Roma, Anatolij Nikolaevič Krupenskij (1850-1923). Affermò che i serbi, per facilitare il lavoro di mediazione europea, dovevano pronunciare «il semplice monosillabo “sì”» in risposta alle richieste austriache. Poi, aggiunse, «che i serbi accettino [l'ultimatum], pronti a non eseguire ciò che hanno accettato». Il ministro degli esteri britannico Edward Grey condivise i propositi del marchese, ma il 28 la situazione precipitò poiché l'Austria dichiarò guerra alla Serbia.
La neutralità
Di fronte al precipitare degli eventi, il 31 luglio 1914, San Giuliano espose al Consiglio dei ministri la sua convinzione che l'Italia sarebbe dovuta rimanere neutrale, almeno nelle prime fasi del conflitto che si andava delineandoo. Ciò non voleva però dire uscire dall'alleanza con Austria e Germania. Il governo, secondo San Giuliano, doveva considerare l'avversione degli italiani per una guerra a fianco di Vienna e delle alte probabilità di un intervento nel conflitto della Gran Bretagna a sostegno della Francia. Ciò avrebbe voluto dire, per la penisola italiana, esporsi alla maggiore potenza navale del mondo. Inoltre, secondo San Giuliano, le precarie condizioni dell'esercito avevano bisogno di tempo per organizzare una forza offensiva moderna. Era quindi importante che lo spirito difensivo della triplice alleanza e l'articolo 7 contenuto nel trattato, esonerassero l'Italia dall'obbligo di unirsi all'Austria che aveva dichiarato guerra alla Serbia.
D'altronde, il ministro degli Esteri tedesco Gottlieb von Jagow già il 15 luglio aveva riconosciuto che l'Italia aveva diritto sia a rimanere neutrale, sia ad essere compensata qualora l'Austria avesse occupato territori, anche temporaneamente, nei Balcani. Tuttavia Vienna era contraria a compensare l'Italia e comunque non con province "italiane" in territorio austriaco. A conferma di ciò il 2 agosto 1914, l'ambasciatore a Vienna Avarna scrisse a San Giuliano che l'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe avrebbe preferito abdicare, piuttosto che firmare un accordo per la cessione all'Italia del Trentino, un territorio che apparteneva da secoli alla casa d'Asburgo.
In perfetto accordo con il Presidente del Consiglio Antonio Salandra, San Giuliano proclamò quindi la neutralità dell'Italia il 3 agosto 1914, lo stesso giorno della dichiarazione di guerra della Germania alla Francia, e il giorno prima della dichiarazione di guerra della Gran Bretagna alla Germania.
Nonostante tutto San Giuliano continuò a definirsi “triplicista”, sostenitore cioè della Triplice alleanza. Gli eventi bellici iniziali favorivano questa convinzione: la Germania sembrava destinata a battere la Francia, e l'Austria accusava notevoli difficoltà contro la Russia. Il dopoguerra avrebbe quindi visto una Germania potente e amica dell'Italia ed un'Austria stremata e ridimensionata. In una situazione del genere il gesto di Vienna di innescare la guerra sarebbe stato pagato anche con la cessione del Trentino all'Italia. Cessione che sarebbe stata condizionata dalle forze armate italiane completamente intatte.
I preliminari del Patto di Londra
Tuttavia, alla politica della neutralità al fianco della triplice alleanza si affiancò una graduale apertura nei confronti della triplice intesa. Avvicinamento che sarebbe stato utile nell'eventualità di un cambiamento della situazione militare. Per i negoziati, il governo scelto da San Giuliano per le trattative fu quello britannico, l'unico di cui San Giuliano si fidasse per discrezione e affidabilità.
Già l'11 agosto 1914 San Giuliano, incoraggiato dalle notizie dei suoi ambasciatori su aperture dell'Intesa, soprattutto di Russia e Gran Bretagna, riguardo a eventuali acquisti territoriali per l'Italia, stilò un telegramma di istruzioni in sette punti per l'ambasciatore a Londra Imperiali:
1) In caso di entrata in guerra dell'Italia a fianco della triplice intesa, le quattro potenze (Francia, Gran Bretagna, Russia e Italia) non avrebbero stipulato pace separata.
2) Le flotta inglese, francese e italiana avrebbero subito stanato e distrutto la flotta austriaca in Adriatico.
3) Ottenuta la vittoria, l'Italia avrebbe ricevuto il Trentino e altre province fino a dove i successi militari avessero consentito.
4) Se le potenze dell'Intesa avessero voluto, l'Albania poteva essere divisa fra Serbia e Grecia, ma tutta la costa sarebbe stata resa neutrale e Valona (per la sua posizione strategica) doveva acquisire lo status di città autonoma e internazionale.
5) In caso di crollo dell'Impero ottomano, all'Italia sarebbe spettata la provincia di Adalia (anche solo in forma di concessioni economiche).
6) All'Italia sarebbe spettata una parte dell'eventuale indennità di guerra, corrispondente ai suoi sforzi bellici.
7) Nel dopoguerra le quattro potenze avrebbero dovuto sorvegliare sul mantenimento dello status quo costituito.
Gli utlimi tempi
Fino alla morte, San Giuliano sostenne che per intervenire nella prima guerra mondiale a fianco dell'Intesa, l'Italia aveva bisogno che si verificassero tre condizioni: una morale, e cioè un casus belli contro l'Austria, anche inteso come il crollo imminente dell'Austria con il conseguente pericolo di espansione del panslavismo verso i confini dell'Italia; una condizione tecnica: la riorganizzazione dell'esercito; e una condizione finanziaria: migliorare le prospettive economiche del Paese.
Da anni malato di gotta, il marchese negli ultimi mesi di vita fu costretto quasi all'immobilità. Ricevuti gli ultimi consigli dai suoi ambasciatori, il marchese raccolse le sue ultime energie e, tra la fine di settembre e i primi di ottobre 1914, stese il programma per l'ambasciatore a Londra Imperiali con il progetto di accordo per l'entrata in guerra dell'Italia al fianco dell'Intesa. Non sussistendo ancora un casus belli contro l'Austria, San Giuliano non inviò il piano, ma il presidente del Consiglio Salandra e il futuro ministro degli eseteri Sonnino lo utilizzarono come base per i negoziati che avrebbero condotto al Patto di Londra del 26 aprile 1915.
L'ultimo successo San Giuliano lo ottenne il 6 ottobre 1914, quando Grey, a nome di tutta l'Intesa, per incoraggiare Roma ad uscire dalla Triplice, acconsentì all'occupazione italiana di Valona. San Giuliano che viveva già da tempo al Palazzo della Consulta a Roma, sede del Ministero degli Esteri, dopo un decorso di alti e bassi della sua malattia, morì alle 14,20 del 16 ottobre 1914.
Trascorso un breve periodo in cui l'incarico fu ad interim del presidente del Consioglio Salandra, successivo ministro degli esteri fu nominato Sidney Sonnino che ereditò la linea politica di San Giuliano. Poco più di sette mesi dopo la morte di quest'ultimo, l'Italia entrava in guerra contro l'Austria.
Opere
Un po' più luce sulla questione del prestito, Catania, Giuntini, 1880.
Le condizioni presenti della Sicilia. Studi e proposte, Milano, Treves, 1893.
Lettere sull'Albania, Roma, Tipografia del Giornale d'Italia, 1903.
Articoli vari.
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