Storia e descrizione
L'abbazia di Santa Maria di Corazzo è un'abbazia in rovina situata a circa 730 metri s.l.m. in località Castagna, comune autonomo fino al 1869, oggi frazione di Carlopoli, in provincia di Catanzaro, in prossimità del fiume Corace. Secondo la tradizione fu fondata da monaci benedettini nell'XI secolo; divenuta cistercense nel XII secolo, ebbe tra i suoi abati Gioacchino da Fiore. Danneggiata dal terremoto del 27 marzo 1638 e poi dal terremoto del 1783, fu progressivamente abbandonata e spogliata delle opere artistiche che conteneva, e venne soppressa all'inizio del XIX secolo.
Il sito e il nome
L'abbazia sorge in un sito abitato fin dall'età del bronzo, durante il III millennio a.C.
Il nome dell'abbazia deriva da quello del fiume Corace, generalmente ricondotto al latino corax, «corvo». Secondo Giacomo Tripodi, invece, il toponimo non troverebbe evidenti interpretazioni in greco o in latino e mostrerebbe due radici sumere, come molti altri in Calabria: kur, «luogo montano», e -ake, suffisso indicativo di località, spesso addolcito in -ace; «Cor-ace» e «Cor-azzo» deriverebbero quindi da un'antica denominazione descrittiva, kur-ake.
Le acque del Corace servivano ad azionare, presso l'abbazia, gli opifici costituiti da un mulino e una gualchiera, quindi a fecondare il sottostante territorio agricolo.
Sebbene situata attualmente nel comune di Carlopoli, in provincia di Catanzaro (arcidiocesi di Catanzaro-Squillace), la storia dell'abbazia si è svolta per molti anni nella Calabria Citeriore, in quanto fino ai primi del XIX secolo il suo territorio apparteneva all'Università di Scigliano (diocesi di Martirano).
Origini e affiliazione cistercense
Secondo la tradizione l'abbazia sarebbe stata fondata intorno al 1060 da monaci benedettini neri, ma non vi sono documenti che lo attestino; la stessa data suscita dubbi, perché la conquista normanna della Calabria è successiva. Un'origine benedettina sembrerebbe inoltre contrastare con la Vita di Gioacchino da Fiore scritta da un anonimo discepolo prima del 1209, secondo cui negli anni Settanta del XII secolo l'abbazia era abitata da monaci che vestivano l'abito della Colomba, guidati dall'abate Colombano. Ciò lascerebbe intendere che i religiosi seguissero la regola fissata da san Colombano di Bobbio (540-615), monaco evangelizzatore irlandese, la cui regola monastica fu in seguito assimilata a quella benedettina e definitivamente abrogata anche formalmente nel 1448 da papa Niccolò V.
Quando nel 1172 vi fu accolto Gioacchino da Fiore, Corazzo era un monastero «di ispirazione cistercense». Secondo la ricostruzione del Dizionario biografico degli italiani, Gioacchino, divenuto abate, cercò di farlo affiliare a un'abbazia dell'ordine: la Sambucina e poi Casamari rifiutarono a causa della povertà della comunità, e l'affiliazione all'abbazia di Fossanova fu disposta solo nel 1188 da papa Clemente III. Studi più recenti di Guido Cariboni anticipano invece l'ingresso di Corazzo nell'ordine intorno al 1173, per disposizione di papa Alessandro III, con l'affiliazione alla Sambucina, con la quale l'abbazia entrò poi in contrasto per motivi economici.
Gioacchino da Fiore
Gioacchino da Fiore fu accolto a Corazzo nel 1172 e ne fu eletto abate nel 1177. Secondo una tradizione, dopo essere stato priore sarebbe succeduto all'abate Colombano, che avrebbe lasciato l'incarico a causa di alcuni scandali. Nel dicembre 1179 si recò a Palermo, alla corte di Guglielmo II, per difendere la proprietà di alcuni terreni rivendicati dal monastero.
Dal gennaio 1183 soggiornò per un anno e mezzo nell'abbazia di Casamari, dove avviò la stesura delle sue opere maggiori, la Concordia Novi ac Veteris Testamenti, l'Expositio in Apocalypsim e lo Psalterium decem chordarum; nel 1184 incontrò a Veroli papa Lucio III. Secondo la tradizione, a Corazzo lo aiutarono come scribi i monaci Nicola e Giovanni, e quest'ultimo gli succedette alla guida dell'abbazia. Rientrato a Corazzo nel 1185 e recatosi l'anno seguente a Verona da papa Urbano III, al suo ritorno lasciò l'abbazia con alcuni seguaci, tra cui Raniero da Ponza, e si ritirò nell'eremo di Pietralata. Nel 1188, a Roma, papa Clemente III lo liberò dagli obblighi abbaziali; con una lettera dell'8 giugno dello stesso anno lo sollecitò a concludere le sue opere.
Nel 1190, grazie alle donazioni di Tancredi d'Altavilla, fondò in Sila il monastero di San Giovanni in Fiore, nucleo della Congregazione Florense; il luogo fu chiamato Fiore perché da quella nuova Nazareth fosse annunciato il nuovo frutto dello Spirito Santo. L'ordine cistercense reagì: nel capitolo generale del settembre 1192 intimò a Gioacchino e a Raniero di rientrare a Corazzo entro un anno, pena la qualifica di fugitivi. La nuova comunità ebbe però il favore di Enrico VI e di Costanza d'Altavilla, che la sostennero con munifiche donazioni, e il 25 agosto 1196 papa Celestino III ne approvò la regola.
L'abbazia di Corazzo in quegli anni instaurò rapporti con l'antico monastero greco di Calabromaria, da tempo in decadenza e guidato da Kirolus, sostenendolo nei momenti di difficoltà. Dopo la morte di Gioacchino nacque una controversia tra i monaci di Corazzo e quelli di Fiore riguardo ai diritti vantati sull'abbazia di Calabromaria in Altilia di Santa Severina. La lunga vertenza venne risolta nel 1215 con l'intervento del pater abbas sambucinese Bernardo e dell'imperatore Federico II, in favore dei florensi di San Giovanni in Fiore, che la detennero fino a quando non fu data in commenda nel XV secolo.
Età moderna
Dal 1470 l'abbazia fu affidata in commenda: i commendatari, per lo più cardinali o dignitari del re, ne concedevano spesso i beni in affitto anziché amministrarli direttamente, avviandone la decadenza. Il terremoto del 1638 causò danni tali da richiedere una ricostruzione quasi integrale degli edifici; quello del 1783 ne segnò la definitiva decadenza.
Soppressione e spoliazione
Dopo le distruzioni subite nel terremoto del 1783, nel 1806 il vescovo di Martirano dichiarava che nel monastero, situato nel territorio di Scigliano, risiedevano 17 persone: 11 monaci, 4 conversi, 1 oblato e 1 terziario. L'abbazia fu soppressa con i provvedimenti contro gli ordini monastici emanati nel Regno di Napoli durante il governo di Giuseppe Bonaparte; le fonti indicano come anno dell'abbandono definitivo il 1806 o il 1808.
Iniziò allora la spartizione dei suoi beni, fra i quali si ricordano:
il portale della navata principale, oggi nella chiesa di San Bernardo di Decollatura;
l'altare maggiore in marmi policromi, attribuito a Cosimo Fanzago o alla sua bottega, una delle due acquasantiere in marmo bianco e sei candelabri lignei, nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Soveria Mannelli;
due altari lignei, nella chiesa di San Giacomo Maggiore a Cicala: uno del XVIII secolo, attribuito a una bottega dell'Italia meridionale, e uno databile tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, di bottega calabrese, entrambi in legno intagliato e dipinto;
una statua lignea di san Michele, lo stemma e uno degli altari minori, nella chiesa parrocchiale di San Tommaso, frazione di Soveria Mannelli;
una statua lignea della Vergine, l'altra acquasantiera in marmo e un altare minore, nella chiesa parrocchiale di Diano, frazione di Scigliano;
una statua lignea della Madonna del Carmine, nella chiesa parrocchiale di Adami, frazione di Decollatura;
l'organo e l'altorilievo in marmo raffigurante una Madonna col Bambino, nella chiesa dello Spirito Santo di Castagna.
Tutela, scavi e restauri
Dal 1934 il sito è tutelato dallo Stato in base alla legge n. 364 del 1909. Nel 1986 furono eseguiti un consolidamento statico delle murature residue e una campagna di scavi archeologici della British School, cui seguirono altre indagini e scavi della Soprintendenza. Secondo il FAI, i lavori per una linea elettrica realizzata a ridosso dell'abbazia ne hanno deturpato il paesaggio e provocato danni archeologici, di cui la società responsabile è stata chiamata a rispondere.
Nel 2018 la Regione Calabria inserì l'abbazia tra i beni di attrazione culturale di rilevanza strategica e stanziò 1,2 milioni di euro di fondi europei della programmazione 2014-2020 per un nuovo restauro. Nel 2020 il progetto, ritenuto da più parti troppo invasivo, suscitò una polemica: ne scrisse Finestre sull'Arte, con un'intervista a Salvatore Settis, e Italia Nostra Calabria espresse forti perplessità sui rendering diffusi alla stampa; il caso fu oggetto di un'interrogazione parlamentare al ministro Dario Franceschini.
I lavori, con un primo lotto di circa 1,2 milioni di euro, si sono conclusi nell'aprile 2026. Hanno interessato la chiesa e lo spazio antistante, riportando alla vista la parte inferiore degli altari di tre cappelle laterali, mentre il chiostro resta coperto da diversi metri di detriti; sono emerse anche due iscrizioni, una delle quali forse relativa alla dedicazione della chiesa. Con fondi del programma regionale FESR 2021-2027 è prevista la catalogazione dei reperti provenienti dal sito.
Leggende
Secondo alcune leggende l'abbazia custodiva reliquie portate dai Cavalieri templari: un frammento della croce di Cristo, alcune vesti di Gesù, una pietra del Santo Sepolcro e una ciocca di capelli di Maria Maddalena.
All'abbazia e alla famiglia Muraca del vicino borgo di Murachi è legata un'altra leggenda, di cui esistono due versioni. Nella prima, nel XIX secolo alcune donne di Murachi recatesi all'abbazia non avrebbero fatto ritorno; i Muraca, travestiti da pastori, avrebbero scoperto che i monaci facevano loro violenza e li avrebbero evirati, e l'abate li avrebbe maledetti «fino alla settima generazione», destinandoli alla rovina. Nella seconda le donne avrebbero avuto relazioni consenzienti con i monaci, e i Muraca li avrebbero evirati per aver violato i loro territori di caccia, costringendoli poi a chiedere perdono con un coro di voci bianche.
L'abbazia nel cinema e nei media
Alcuni ambienti dell'abbazia sono stati ricostruiti nel film su Gioacchino da Fiore Il Monaco che vinse l'Apocalisse di Jordan River.
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